Narrare l’Incarnazione: il Natale di Francesco

Narrare l’Incarnazione: il Natale di Francesco

 

 

di Fr. Giovanni Spagnolo

Ogni liturgia natalizia ripropone, con fascino irresistibile, quel brano insuperato e insuperabile della poesia di tutti i tempi che è il Prologo del Vangelo di Giovanni in cui leggiamo che “In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4), presupposto del “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Tutta la vita di Francesco, dalla conversione-spogliazione fino al suo transito glorioso, può considerarsi come una meravigliosa orchestrazione sul tema dell’Incarnazione del Verbo, della sua kènosis e della sua Passione, attraverso “La scoperta della fragilità come via alla vita: il volto del lebbroso e del crocifisso” (Maranesi), che gli permette di “sposare la condizione umana” (Manselli), cogliendone gli aspetti della comune sofferenza, una sorta di lebbra dell’anima. Narrare l’Incarnazione: il Natale di Francesco Il Poverello d’Assisi si autocomprende e vive in questo orizzonte che osiamo chiamare “incarnazionale”, che scorre tra vita e luce, e lo descrive chiaramente in quella sintesi mirabile della sua spiritualità e del suo cammino credente che è il capitolo XXIII della Regola non bollata (1221): “E ti rendiamo grazie, perché, come tu ci hai creato per mezzo del tuo Figlio, così per il vero e santo tuo amore, col quale ci hai amato, hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre Vergine beatissima santa Maria, e per la croce, il sangue e la morte di Lui ci hai voluti liberare e redimere” (FF 64). Per questo tutti i biografi di Francesco mettono in primo piano il suo legame con l’umanità di Cristo, scaturito e alimentato dalla sua continua ruminatio dell’Evangelo senza se e senza, “sine glossa, sine glossa, sine glossa!” (FF 1672) toutcourt. Nella sua Vita Prima Tommaso da Celano, proprio nel capitolo XXX che narra Il presepio di Greccio, osserva: “Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente riusciva a pensare ad altro” (FF 467). Mentre nella Vita Seconda il Celano esplicita l’ermeneutica natalizia di Francesco senza equivoci: “Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini (FF 787). Scaturita dal cuore e dai ricordi di Leone, Angelo e Rufino compagni più vicini a Francesco, la Leggenda perugina ci mostra la sua audacia di “idiota filosofo” (Bergamaschi): “Noi che siamo vissuti con Francesco e che abbiamo scritto questi ricordi, attestiamo di averlo sentito dire a più riprese: «Se avrò occasione di parlare con l’imperatore, lo supplicherò che per amore di Dio e per istanza mia emani un editto, al fine che nessuno catturi le sorelle allodole o faccia loro del danno. E inoltre, che tutti i podestà delle città e i signori dei castelli e dei villaggi siano tenuti ogni anno, il giorno della Natività del Signore, a incitare la gente che getti frumento e altre granaglie sulle strade, fuori delle città e dei paesi, in modo che in un giorno tanto solenne gli uccelli, soprattutto le allodole, abbiano di che mangiare. Dia ordine inoltre l’imperatore, per riverenza al Figlio di Dio, posto a giacere quella notte dalla beata Vergine Maria nella mangiatoia tra il bove e l’asino, che a Natale si dia da mangiare in abbondanza ai fratelli buoi e asinelli. E ancora, in quella festività, i poveri vengano ben provvisti di cibo dai benestanti ». Francesco, concordano tutti i biografi, aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra festività dell’anno. Invero, benché il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli” (FF 1669). Dalla Leggenda maggiore del teologo Bonaventura apprendiamo il contenuto del “fervorino” tenuto da Francesco durante la sacra rappresentazione del Natale svoltasi a Greccio, “con il permesso del sommo Pontefice” (sic!): “Predica al popolo e parla della nascita del re povero e, nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d’amore, il «bimbo di Bethlehem»” (FF 1186). Anche il senso di maternità di Francesco, che emerge dai suoi gesti e dai suoi scritti, si può collegare allo spirito dell’Incarnazione, vissuta nella propria carne come cifra di trasmissione della vita e nello scorrere dei giorni suoi e della sua “gente poverella” (Dante, Pd XI). Nel capitolo IX della Regola non bollata (1221) Francesco ordina: “E ciascuno ami e nutra il fratello come la madre ama e nutre il proprio figlio” (FF 32) mentre ai frati che vivono negli eremi il Poverello suggerisce: “Coloro che vogliono vivere religiosamente nei romitori, siano tre frati o al più quattro. Due di essi facciano da madri e abbiano due figli o almeno uno. I due che fanno da madri, seguano la vita di Marta; gli altri due quella di Maria” (FF 136). E nella lettera A tutti i fedeli Francesco non esita a prospettare la possibilità di essere madri del Verbo, come Maria la “Vergine fatta Chiesa” (FF 259): “siamo madri sue, quando lo portiamo nel cuore e nel nostro corpo con l’amore e con la pura coscienza, e lo generiamo attraverso sante opere che devono risplendere agli altri in esempio” (FF 200). Questa affermazione di Francesco proviene certamente dal Commento su san Luca di sant’Ambrogio che egli avrà letto o udito in qualche istruzione: “ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio e riconosce le sue opere […]. Se c’è una sola madre di Cristo secondo la carne,secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, poiché ogni anima riceve il Verbo di Dio, purché, immacolata e immune da vizi, custodisca la castità con intemerato pudore”. E anche il Cantico di frate Sole, lettura della creazione con l’occhio puro di Francesco, nell’avanzata del catarismo attento a rilevare in ogni cosa creata segni di impurità, non è altro che la conseguenza della sua narrazione dell’Incarnazione del Verbo, che “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14) per lui “Altissimo, onnipotente, bon Signore” (FF 263). L’ultimo Natale di Francesco è, paradossalmente, quello celebrato alla Porziuncola dove si fa trasportare alla fine dei suoi giorni per chiudere sulla nuda terra il cerchio della spogliazione, iniziato nell’episcopio assisano presso Santa Maria Maggiore. Ed è qui che “Francesco assume la morte come assume il mostacciolo di frate Jacopa per trasformarlo in vita, come assume la foglia di prezzemolo per profumarsi la bocca” (Bergamaschi e FF 255; 637). Del resto per Francesco la morte non è che “la porta della vita”, come spiega a chi esita a pronunciarne il nome: “Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita!” (FF 810) e, unico tra i santi nella storia del cristianesimo, osa chiamarla, “sorella”! (FF 263), rendendola innocua. Infatti “Solo chi sa cantare la morte come sorella ha una buona notizia da dare a un mondo che inesorabilmente muore” (D’Avenia). Davvero dunque il mistero dell’Incarnazione, narrato e vissuto da Francesco, altro non è che l’accoglienza, nella propria storia, del Dio della vita e della gioia, “carne fatto” (σὰρξ ἐγένετο – Gv 1, 14 ), custodito nel vaso fragile del suo corpo crocifisso e irradiato al mondo intero in seminagione di pace e abbondanza di bene. In gioiosa libertà! (Articolo apparso su “L’Amico del Terziario”, 5, Novembre-Dicembre 2018, pp 16-19)

[Fr. Giovanni Spagnolo, già docente di Lettere e autore di numerosi testi (vedi bibliografia 2014-2016 e 2017-2018) attualmente sta collaborando anche con la rivista “Beata Mamma Rosa, Madre di famiglia e di sacerdoti” per la quale cura la rubrica “Invito alla lettura”.]

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