Sant’Ignazio da Santhià (1686-1770) – A duecentocinquanta anni dalla morte

Sant’Ignazio da Santhià (1686-1770) – A duecentocinquanta anni dalla morte

Estratto dalla Lettera di fr. Roberto Genuin, Ministro Generale dell’Ordine

Carissimi Fratelli,

Il 22 settembre 1770, allo scoccare della mezzanotte, nell’infermeria dei frati cappuccini del Monte di Torino moriva fra Ignazio da Santhià, al secolo Lorenzo Maurizio Belvisotti. Quando il padre Guardiano, che stava pregando al suo capezzale con le parole della preghiera liturgica, giunse a ripetere: «parti anima cristiana da questo mondo…..», fr. Ignazio ubbidì e trasse l’ultimo respiro. Lasciò un ricordo profondo di uomo, di cristiano e di frate che aveva evangelicamente abbandonato ogni cosa e affetto per poter vivere in obbedienza alla volontà di Dio e per ricondurre gli uomini al Signore. Sono passati duecentocinquant’anni da quella morte santa, ma la memoria di s. Ignazio rimane ben viva, ovviamente tra i frati del Piemonte, ma non solo tra loro.

Convinto che ci fa bene, che fa bene a tutti, ripercorrere ogni tanto i passi dei nostri fratelli santi che ci hanno preceduto, cogliamo insieme volentieri l’occasione di questo centenario, per ricavarne stimolo e luce per il nostro andare. Aiutiamoci a farne memoria attiva, secondo l’invito delle nostre Costituzioni di «custodire e dare sviluppo al patrimonio spirituale dell’Ordine, curando la conoscenza di quanto si riferisce ai nostri fratelli che si sono distinti per santità di vita, operosità apostolica e dottrina» (Cost. 6,1-2).

Rammentiamo brevemente i passi terreni di s. Ignazio.

1. Breve profilo biografico

Lorenzo Maurizio nacque a Santhià, provincia di Vercelli, il 5 giugno 1686, quarto di una famiglia di sei figli. Rimasto orfano di padre all’età di sette anni, fu affidato dalla madre ad un sacerdote che ne curasse l’educazione. Potè così acquisire una buona formazione letteraria unita ad una vera pietà, che lo portò a maturare la sua risposta al Signore e a chiedere di poter essere ammesso in seminario.

Completati gli studi teologici, nel 1710 fu ordinato prete e, poco dopo, fu richiesto dalla aristocratica famiglia Avogadro di Vercelli, come precettore dei loro figli. Presto stimato e benvoluto dall’intera città, gli fu assegnato il titolo di canonico della collegiata di Santhià ed eletto parroco della chiesa pievana di Casanova Elso. Ma questo non rispondeva ancora in maniera sufficiente al desiderio che cresceva sempre più vivo nel suo cuore: non fare altro che la volontà di Dio.

Così, sul principio di maggio del 1716 il Ministro provinciale dei Cappuccini di Torino si trovò davanti don Lorenzo, ormai trentenne, che chiedeva di essere ammesso all’Ordine. La Provincia di Torino contava allora un buon numero di frati e le vocazioni non mancavano di certo. Perciò il Ministro provinciale volle illustrargli lungamente lo stile di vita austero dei frati, e gli prospettò le difficoltà che avrebbe incontrato nella vita fraterna in comune, avendo vissuto fino ad allora in maniera autonoma. Forse pensava di dissuaderlo, e solo alla fine gli chiese la ragione della sua domanda di abbracciare la vita dei cappuccini.

La risposta di don Lorenzo fu al contrario lapidaria e velocissima, segno che vi aveva già ben riflettuto e che non si trattava né del capriccio di un momento, né di un desiderio di fuggire le responsabilità, rifugiandosi in convento. Allora, messosi in ginocchio, rispose al Ministro provinciale così: «Fin d’ora ho fatto la mia volontà, ma per servire davvero il Signore devo fare la sua volontà e per fare questo è necessario che mi metta sotto l’obbedienza».

L’obbedienza sarà d’ora in poi il suo emblema, a cominciare dal 24 maggio 1716 quando, nel convento di Chiari, inizia l’anno di noviziato e riceve il suo nuovo nome: Ignazio da Santhià. Un nome che rimanda al fuoco – dal latino ignis – e non può che essere, come canta san Francesco, «bello e iocondo e robustoso e forte», e capace al contempo di illuminare la notte. Obbedienza e umiltà diverranno l’humus da cui si sprigioneranno vigorosi il fuoco e la luce dell’ormai frate cappuccino Ignazio, e lo faranno risplendere per il grande amore per il Signore e l’adesione totale alla Sua volontà.

Al termine del noviziato, fr. Ignazio è mandato a Saluzzo, come custode e responsabile della chiesa. Successivamente è al noviziato di Chieri, lì inviato per essere di esempio ai novizi, poi a Torino-Monte e poco dopo ancora a Chieri. Nel 1727 è richiamato a Torino-Monte come prefetto di sagrestia e confessore, ma nel settembre del 1731 è trasferito a Mondovì, come maestro dei novizi. Qui passò 14 anni, formando non meno di 120 frati con la sua pedagogia semplice, chiara ed efficace: amare e servire come ama e serve il Signore Gesù.

Nel 1744, fr. Ignazio è chiamato di nuovo al convento di Torino-Monte per curarsi da una strana malattia che improvvisamente lo aveva colpito. Strana e sconosciuta agli altri frati, ma non a lui: il missionario fr. Bernardino da Vezzo, già suo novizio, dal Congo gli aveva scritto di come stava perdendo la vista; fr. Ignazio allora aveva chiesto al Signore di guarirlo, offrendosi al suo posto per portare la malattia del confratello.

La precaria salute non arrestò il suo impegno ad obbedire, tanto che, poco dopo il suo arrivo a Torino-Monte, anche se gravato dalla malattia, accettò di essere inserito nel gruppo di cappellani militari richiesti dal re Carlo Emanuele III per il servizio di assistenza ai feriti o agli infetti. Passò così due anni tra Asti, Vinovo e Alessandria.

Nella primavera del 1746 poteva rientrare a Torino-Monte riprendendo il ministero di confessore, predicatore di esercizi, direttore spirituale, passando intere giornate ad ascoltare e sostenere peccatori e poveri. Dopo 22 anni di fruttuoso ministero, fu ricoverato nell’infermeria del convento, dove trascorse gli ultimi due anni, in umile sottomissione ai disegni di Dio e al guardiano del convento. Perciò da lui attese che pronunciasse le parole della Chiesa per i moribondi «parti anima cristiana…» per lasciare questo mondo.

Di lui s. Paolo VI potrà dire il giorno della sua beatificazione: «La chiesa lo saluta oggi come un religioso ammirabile sotto ogni aspetto della sua vita francescana. Ogni momento della sua vita francescana ed ogni manifestazione della sua attività apostolica dimostrano questa versatilità per ogni interna ed esterna virtù, che può rendere a tutti esemplare» (San Paolo VI, Omelia per la beatificazione, 17 aprile 1966).

A questo nostro fratello possiamo ben applicare le parole che il Serafico Padre San Francesco ha posto al termine del Cantico delle creature «Laudate e benedicite mi Signore, e ringraziate e serviteli cum grande umilitate», perché la vita nell’obbedienza e nell’umiltà di Sant’Ignazio da Santhià è stata un’azione continua di ringraziamento al Signore e di servizio fedele ai fratelli.

Lascia un commento

avatar

* Questa casella GDPR è richiesta

Do il mio consenso affinché un cookie salvi i miei dati (nome, email, sito web) per il prossimo commento.

  Subscribe  
Notificami